Namibia: trekking nel Fish River Canyon

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Fish River Canyon – Hell Bend

Il Fish River canyon appare quasi all’improvviso, dopo 100 km di strada sterrata in una pianura desertica e apparentemente monotona. Non c’è più l’erba gialla della savana, non ci sono più le dune rosse e nemmeno l’oceano. Appaiono solitarie piante di Aloe e cactus velenosissimi, che a dispetto dell’aspetto innocuo sono utilizzati dai boscimani per avvelenare le frecce. Il Fish River canyon è un’opera straordinaria, formata da movimenti di placche teutoniche, fenomeni vulcanici ed erosione. Una combinazione di forze che nei millenni ha scolpito il secondo canyon più grande al mondo, dopo il Grand Canyon in Arizona.

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Pianta di aloe sul bordo del Fish River Canyon

Come la famosa “U-turn” del fiume Colorado, anche il Fish River, nel mezzo del canyon, inverte la marcia in una spettacolare ansa a 180 gradi in mezzo alle rocce. L’hanno chiamata “Hell Bend”, dal nome decisamente più americano che africano, trovata bizzarra ma forse abile mossa commerciale, così come il vicino Road House lodge e campeggio, che riproduce quasi esattamente una stazione di servizio negli States.

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Si raggiunge l’hell bend entrando nel parco nazionale, su una strada sterrata sconnessa e scomoda, fino al punto panoramico dove l’abisso si spalanca davanti. Il fiume Fish però in stagione secca non scorre, è ridotto a diverse pozze d’acqua e prenderà vita solo per un breve periodo nella stagione delle piogge, quando la seppure poca acqua si andrà a raccogliere tutta lì, alimentando un effimero e impetuoso corso d’acqua.

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Il secondo giorno abbandoniamo il lato orientale del Fish River canyon, quello con più strade e servizi, per andare dall’altra parte, sulla sponda ovest, dove non c’è nulla se non il Fish River Lodge. Dopo uno spartano viaggio attraverso la Namibia, dormendo in tenda e cucinando al freddo sul fornelletto da campeggio, decidiamo per una notte di lusso. Il lusso del Fish River Lodge però non è sfarzoso, esagerato o troppo fuori luogo. La struttura è costruita in materiali ecologici e si mimetizza bene nell’ambiente che la circonda. La porta della stanza fa fatica a chiudersi, dentro c’è un letto comodo, servizi puliti ma essenziali. Quello che si paga è il privilegio di dormire lì, in una struttura affacciata sul bordo di un canyon impressionante, di ammirare il tramonto in un luogo magico, selvaggio, dove l’unico rumore è il vento. I due punti panoramici sono a quasi un’ora di cammino, che esclude una buona parte dei turisti. Il primo in un surreale ambiente di pietre, cactus e piante di aloe, il secondo su un promontorio che si sporge dentro al canyon con vista a 180 gradi su quella meraviglia della natura.

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Panorama sul canyon al tramonto

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La cena è strepitosa, ma non ancora tutto. Prima di dormire spalanco le tende e la stanza a tutta vetrata mi fa addormentare con la Via Lattea fuori dalla finestra. Il vento infuria, e solo allora capisco il perché dei tappi per le orecchie inclusi nel pacchetto per gli ospiti. Preferisco godermi tutto quel paesaggio e tutto quel vento, rimanere tutta la notte nel dormiveglia, tra folate improvvise e stelle che splendono.

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Panorama intorno al Fish River Lodge

La mattina partiamo dal Fish River Lodge per il trekking organizzato: 16 km di camminata sprofondando nelle viscere del Fish River Canyon. Si parte con una discesa in picchiata su una pietraia, in mezzo a piante di Aloe e cactus, poi in una gola stretta fino ad un pianoro di sassi irregolari e senza quasi più vegetazione.

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Trekking nel Fish River Canyon

Il Fish River Canyon è talmente grande che, mentre scendi, ad un certo punto non ti rendi nemmeno più conto di essere dentro ad un canyon. Il  paesaggio desertico di pietre vulcaniche ti abbraccia in tutto il suo splendore selvaggio di un luogo remoto e impossibile. Continuiamo a scendere, e alla fine eccolo, il Fish River, o meglio quello che ne rimane nella stagione secca: pozze d’acqua turchesi che spendono in mezzo a rocce dure e lisce.

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Il Fish River, punto più basso del trekking

Continuiamo il trekking tra spazi aperti e poi pareti verticali a picco sul fiume, incontrando babbuini, antilopi e tanti scarabei che escono dalla sabbia per andare a prendere acqua al fiume.

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Il campo tendato in fondo al canyon non può offrire lo stesso lusso del lodge, non c’è acqua corrente né elettricità, ma abbiamo una sacca di acqua calda per la doccia, una cena a lume di candela e comode brandine per la notte. La pace del Fish River canyon e la fine dell’avventura è la jeep che viene a riprenderci, che ci sballottola arrancando con difficoltà per risalire il canyon fino al lodge. Sto per partire e già ne sento la mancanza. Dovessi tornare in Namibia, non avrei dubbi, rimetterei questa esperienza in lista.

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Namibia: Il paradiso nascosto della biosphere reserve

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Viaggio in Namibia: tramonto nella Biosphere Reserve

Ci sono luoghi che scopri solo durante il viaggio, dimenticati dalle guide, ignorati a vantaggio dei siti “ufficiali”, e ignorati anche dai resoconti di viaggio. Viaggiando dal deserto del Namib verso Luderitz, ho preso una deviazione, incuriosito da una strada secondaria, la D 707, che si addentra in un cerchietto sulla mappa: “Namib Biosphere Reserve”. La strada serpeggia tra colline, piccole montagne, passando un piccolo villaggio, poi continuando su paesaggi mai banali.

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Poi si trasforma in una pista di sabbia, dove l’auto sbanda un po’ a destra e a sinistra, mentre il panorama circostante si allarga sempre di più, in una piana dove appaiono tutti i colori dell’arcobaleno in un’unica cartolina: la terra rossa, quasi viola, l’erba gialla e verde, il cielo blu, le montagne scure in fondo. Curva dopo curva, rettilineo dopo rettilineo, si aprono le porte di un paradiso nascosto. Seguiamo le indicazioni per una fattoria, prendendo una deviazione in una pista di sabbia ancora più stretta, che si insinua in paesaggio marziano. La fattoria è piena per i prossimi giorni, per una comitiva che sapeva di quel paradiso prima di noi.

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Pista di sabbia verso la fattoria

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La mia speranza è di trovare un campeggio più avanti lungo la strada, prima che questa esca dalla riserva. Quando il mio sogno sembra svanire, in mezzo al nulla scorgiamo un piccolissimo insediamento in mezzo alla sabbia: il campeggio dei desideri, che si materializza davanti agli occhi, gestito da una vecchina tedesca che si è inselvatichita vivendo per anni in un luogo tanto bello quanto impossibile, scollegato dal mondo, dalla civiltà e dalle comunicazioni.

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Campeggio nel mezzo della riserva

Il campeggio deve fare affidamento ai pannelli solari, alla pompa per estrarre l’acqua dal sottosuolo, dai rifornimenti di cibo portati da non so chi. Ma per noi ospiti, è senza dubbio la notte più affascinante del viaggio. Ceniamo di fronte al deserto, cucinando nella penombra con il fornellino da campeggio, poi ci stendiamo sotto alle stelle della Via Lattea che splende con le costellazioni dell’emisfero sud. Il vento soffia e fa stridere i fili metallici dello steccato, unico suono in una pace senza confini.

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In nostro sonno è dettato dal sole, che ci sveglia la mattina, ancora freddo. Preparo il tè mentre le ombre si accorciano la giornata inizia. Avessi saputo prima di questa riserva, mi ci sarei fermato alcuni giorni, a fare nient’altro che osservare l’orizzonte in quel deserto multicolore, a pensare, scrivere.

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Vorrei avere con me il mio violino e suonare melodie struggenti o pezzi di Bach. Vorrei sentire il tempo passare in quell’oasi di pace, aspettare la tempesta di sabbia che non so ancora stia per arrivare. Il viaggio in Namibia era iniziato con la savana e i suoi animali, con le dune sull’oceano e quelle rosse del deserto all’interno, ed è proseguito poi verso una città abbandonata alla sabbia del deserto, una colonia di pinguini e un canyon vertiginoso, ma se c’è un luogo che rimpiango, non ho dubbi, prima di tutti c’è la Namib Biosphere Reserve. Se tornerò in Namibia, sarà la mia meta principale del viaggio.

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Hidden vlei: un angolo nascosto nel deserto del Namib

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Dune rosse intorno all’Hidden vlei

Hidden vlei, il lago nascosto. Lago non lo è più, nascosto un po’ sì. Ho lasciato la visita all’hidden vlei per il secondo giorno nel deserto del Namib, dopo avere visitato il Sussousvlei e il Deadvlei. Sono tornato al pomeriggio, quando ormai tutti i turisti avevano già fatto marcia indietro. Avevo visto il giorno prima le indicazioni per l’hidden vlei, un cartello che lo indica con una freccia dal parcheggio. A quanto dice la guida di viaggio, la via attraverso le dune verso hidden vlei è indicata da paletti bianchi. La ma guida non è aggiornata e i paletti bianchi se li è mangiati il deserto (o forse qualche guida che si vuole fare ingaggiare per raggiungerlo?). Seguiamo le tracce nella sabbia, che fanno sempre più incerte lungo la strada.

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Tracce in dissolvenza verso l’hidden vlei

Dove sia l’hidden vlei lo si può intuire da una grande duna in fondo, alta e che ricorda “big daddy”, la duna che sovrasta il Deadvlei. Si nota qualche traccia di discesa sul lato protetto dal vento, che intanto soffia fortissimo, trascina sabbia e cancella le tracce alle nostre spalle. Perdersi comunque è impossibile, perché per tornare indietro basta seguire il sole, oppure le grandi dune in lontananza verso nord/ovest. In mezzo c’è la strada, non si può sbagliare.

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Passeggiamo in solitaria, cercando le tracce di chi ci è passato la mattina che nelle fossette tra le dune non sono ancora state cancellate dal vento. Le poche tracce si disperdono, ma io continuo a confidare sulla grande duna. Puntiamo lì, e alla fine l’Hidden vlei ci appare davanti.

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Siamo soli nell’area più turistica della Namibia intera e nel periodo di alta stagione. Un sogno. L’Hidden vlei non è affascinante quanto il Dead vlei, ma trovarsi in solitaria tra le dune spazzate dal vento ne fa un’esperienza da favola. Gironzoliamo tra le dune, camminiamo sulle creste ubriacati dal vento e dal paesaggio.

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Dune nel vento intorno all’Hidden vlei

Quando torniamo alla macchina il sole sta correndo verso l’orizzonte. Le dune del deserto del Namib sono di nuovo illuminate creando geometrie impossibile, curve dritte oppure sinuose che separano il rosso dal nero, la luce dall’ombra, il caldo dal freddo. E il freddo è calato su tutto il deserto subito dopo, mentre le ultime luci del giorno si spegnevano veloci all’orizzonte.

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Magie nel deserto del Namib: le dune rosse del Deadvlei

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Deadvlei, deserto del Namib

Abbiamo varcato l’ingresso del deserto Namib subito dopo l’alba. Una nuovissima lingua asfaltata s’insinua dentro a uno dei deserti più antichi del globo. Un deserto rosso fuoco, con il suo carico di ferro arrugginito, ridotto anch’esso, come la sabbia, in minuscoli frammenti. La Duna 45, con poca poesia, si chiama così perché è al 45esimo chilometro dal gate di ingresso. E con poca poesia tutti i turisti le si si ammassano sopra all’alba. Noi allora proseguiamo, sulla strada che sfila, una dopo l’altra, una parata di dune rosse tutte allineate come in un’esposizione. A destra sole, a sinistra buio. Rosso da una parte, nero dall’altra, separati da linee a metà tra la natura e astrazione.

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Dune rosse all’alba, deserto del Namib

Finisce l’asfalto e ci addentriamo nella strada di sabbia, dove la nostra auto a noleggio rischia l’insabbiamento prima del Sossousvlei. Noi puntiamo dritti al Deadvlei, camminando a piedi scalzi sulla sabbia fredda. Il Deadvlei va oltre le aspettative e le foto. Bisogna trovarcisi in mezzo per essere rapiti dal bianco surreale, accecante, separato dal blu del cielo da una striscia rossa. E quelle che sembrano piccole dune all’orizzonte sono colline alte fino a 400 metri. Una volta qui arrivava l’acqua, c’erano piante e vita. Poi il deserto ha chiuso la strada verso il Vlei (lago), che così è letteralmente diventato un lago morto (Dead-vlei). Gli alberi si sono cristallizzati in mezzo, in un ambiente troppo secco per marcire. L’acqua evaporata ha lasciato una crosta di sale che si perde a vista d’occhio. Camminiamo attraverso giochi ottici e cromatici che paio finti, spazi illusori e magici.

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Il Deadvlei salendo sulla duna “Big daddy”

In fondo al Deadvlei c’è la duna più alta del deserto del Namib, il “big daddy”, con i suoi quasi 400 metri di dislivello. Iniziamo a salire sulla sabbia scivolosa, fino a conquistare il crinale della duna.

 

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Verso la cima del “Big daddy”

Ora la sabbia è calda da una parte e ancora fredda dall’altra, almeno fino a che il sole sale alto in cielo e trasforma il deserto intero in un forno. Il Deadvlei dall’alto cambia prospettiva, una macchia bianca in un deserto rosso i cui confini si allargano fino all’orizzonte. Le piante morte sulla distesa salata diventano figure sempre più lontane e minuscole. Ci sediamo lì, in contemplazione del paesaggio, mentre i turisti stanno scattando le ultime tonnellate di selfie, prima di iniziare la discesa. Noi siamo partiti tardi e forse siamo stati fortunati così. Ci godiamo la vetta di “big daddy” tutta per noi, la pace del deserto e la magia del panorama. A potere vedere oltre le ultime dune verso ovest, lontano, si potrebbe scorgere l’oceano.

Il sole intanto diventa sempre più caldo. Mi lancio per la discesa più ripida e veloce che abbia mai fatto, correndo giù a balzi sulla sabbia. Mi giro verso l’alto, e vedo un panorama a due colori, rosso e blu, due estremi cromatici che dipingono una cartolina irreale.

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Un’ora per salire, qualche minuto per scendere, a capofitto verso il Deadvlei. Lo attraversiamo tutto di nuovo, nel bianco ancora più chiaro e ora rovente, fino alle piante che fanno ombre stilizzate.

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La superficie salata del Deadvlei

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Il viaggio Namibia è un susseguirsi di luoghi incredibili, ognuno dei quali varrebbe il viaggio: la savana con gli animali selvaggi, la costa sull’oceano con leoni marini e pinguini, la baia dove il deserto si scontra con l’oceano, e in mezzo spazi infiniti e solitari.

Il Deadvlei è forse il luogo più visitato di tutta la Namibia, e ora mi sono reso conto del motivo.

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Alberi mummificati nel Deadvlei

Guidare nella sabbia profonda, quando è calda, è ancora più insidioso. La nostra auto 4×4 arranca e sbanda, riusciamo a venirne fuori e riguadagniamo il parcheggio da cui parte il “sentiero” per l’Hidden vlei. Decidiamo però di tornarci il giorno dopo, di gustarci questi paesaggi con calma e senza fretta. Vogliamo fare sedimentare almeno una notte i ricordi, le sensazioni e immagini. Le distanze in Namibia portano a correre, e il deserto del Namib è uno dei luoghi ideali dove rallentare. Ci torneremo domani pomeriggio, quando i turisti saranno già fuggiti via nel loro pacchetto organizzato e veloce, quando l’Hidden vlei sarà solo per noi, quando la Duna 45 sarà tornata una collina di sabbia in balia del vento e su cui passeggeranno solo formiche del deserto e qualche scarabeo.

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Namibia: Le otarie di Cape Cross

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Cape Cross è il promontorio dove Diego Cao piazzò una croce di pietra, segno dell’arrivo dei portoghesi in Namibia. Cape Cross, come tutta la Skeleton Coast, non è certo un luogo ideale per stabilirsi. Ma le otarie di Cape Cross, numerose e grasse, fornivano ricchezza ai portoghesi. Era qualche secolo fa. Oggi a Cape Cross non c’è più nulla, nemmeno la croce originaria. Se non fosse per le otarie, non ci andrebbe nessuno. Non c’è nemmeno un villaggio, ma solo un lodge se qualcuno si volesse fermare una notte.

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La colonia di otarie di Cape Cross conta decine di migliaia di animali ammucchiati in un fazzoletto di costa.

La mia guida di viaggio mette in guardia dall’odore prodotto da questi animali e, una volta tanto, il consiglio è prezioso. Mi attrezzo con una salviettina con alcool sul naso e un foulard, che mi permette di rimanere circa 10 minuti, prima di non farcela più, come gli altri turisti che passano, guardano, annusano (loro malgrado), e scappano via. Le otarie sono animali divertenti da osservare, nel loro muoversi goffamente sulla spiaggia, nei loro sbadigli e versi, nell’interazione tra cuccioli e adulti.

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Peccato per l’olezzo nauseabondo, che non riuscivo a immaginare prima di provarlo. Ogni otaria ingurgita decine di chili di pesce tutti i giorni, che moltiplicato per le decine di migliaia di bestie fa una mole enorme di escrementi che vengono “depositati” sulla spiaggia. Un luogo invivibile, almeno per l’uomo. Annusare per credere.

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Colonia di otarie a Cape Cross

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Comunque, se anche la visita a Cape Cross, gioco e naso forza, si esaurisce in pochi minuti, ci sono due motivi almeno per farci tappa: la strada, come sempre in Namibia, è un susseguirsi do panorami spettacolari e suggestivi, nell’atmosfera severa della Skeleton Coast, con scorci sull’oceano che si possono trovare prendendo una delle strade che portano alla spiaggia, dove le piccole dune di sabbia nascondono stormi di cormorani. Una strada sinistra, desolata, dove si è in sola compagnia delle raffiche di vento e della salsedine nell’aria.

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Cormorani verso Cape Cross

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Lungo la strada per Cape Cross

Ad avere tempo e organizzazione preventiva, ci si può arrivare anche da nord, seguendo tutta la costa da Torra Bay, che si può percorrere solo muniti di un permesso.

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Namibia: escursione a Sandwich Harbour

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In equilibrio tra deserto e oceano: Sandwich Harbour

Un deserto lungo e largo centinaia di chilometri, e l’oceano atlantico. Si sono incontrati, uno di fronte all’altro. L’oceano spinge con le sue onde gelide, spinte dal vento che sferza la costa. Il deserto risponde con dune grandi come montagne. Ma è troppa la sabbia perché l’oceano possa sommergerla, ed è troppa l’acqua perché la sabbia possa invaderla. Così rimangono lì, uno di fronte all’altro, come due giganti di uguale forza. Spruzzi delle onde a destra, turbini di sabbia a sinistra. Blu scuro da una parte, arancione accecante dall’altra.

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Vento sulle dune

La jeep corre sul confine sottile tra acqua e sabbia, che verrà mangiato a breve dall’alta marea.

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Prima dell’alta marea – Verso Sandwich Harbour

Salgo sulla duna. Una salita ripidissima, un crinale che guadagno a piedi scalzi, affondando le dita dei piedi nella sabbia e aiutandomi con le mani. In cima il vento mi investe, mi riempie la bocca e la macchina fotografica di una polvere finissima.

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A picco sull’oceano

Davanti ai miei occhi si apre un panorama quasi irreale, che sembra di un altro pianeta. Il mio sguardo si può perdere nell’orizzonte caldo del deserto, o in quello lineare, lontano e freddo dell’oceano. Oppure, se si ferma in mezzo, osserva due mondi che non sembra possano stare insieme nella stessa scena, come se i due occhi avessero litigato e iniziato a mandare immagini illusorie al cervello. Invece, tutto questo è reale, e si chiama Sandwich Harbour, là dove il deserto del Namib si affaccia sull’Oceano Atlantico.

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Quando la marea sale, l’acqua arriva direttamente contro alle dune, senza lasciare più un centimetro di spiaggia. Per tornare indietro si deve guidare su e giù sulle dune, in un gioco dove per un momento si vede solo sabbia, e poi di colpo riappare l’oceano.

sandwich harbour oceano e deserto

sandwich harbour deserto

Informazioni pratiche: non è possibile guidare da Walvis Bay a Sandwich Harbour con la propria auto a noleggio. Tecnicamente sarebbe anche fattibile, a patto di avere un vero è proprio fuoristrada e di sapere destreggiarsi in sabbia profonda tra salite e discese da brivido nella sabbia. I noleggi auto comunque proibiscono di guidare in quella zona (la nostra auto aveva una scatola nera che avrebbe allertato il noleggio. Ad ogni modo non mi sarei mai fidato a guidare su quel terreno). La cosa più semplice è prenotare un’escursione di una giornata tramite una delle tante agenzie. In alta stagione (il loro inverno), bisogna prenotare con molto anticipo. Viene anche organizzata l’escursione a Sandwich Harbour in mezza giornata, la mattina o il pomeriggio. Bisogna correre parecchio e la striscia di sabbia vicino all’oceano non è praticabile con l’alta marea. Molto meglio avere tutta la giornata.

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Fenicotteri a Walvis Bay

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Cormorani sulla spiaggia verso Sandwich Harbour

Sulla strada ci sono alcune soste, tra cui i fenicotteri a Walvis Bay (che si possono raggiungere comunque in modo indipendente con l’auto a noleggio), e le saline, relativamente interessanti ma nulla in confronto a quello che viene dopo.

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Tra le dune di Sandwich Harbour

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Etosha: safari in autonomia in Namibia

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Panorama nel parco dell’Etosha, Namibia

Erba gialla a perdita d’occhio, e nel mezzo un enorme lago semi-prosciugato (l’Etosha pan) che crea miraggi e illusioni ottiche. Il parco dell’Etosha, anche fosse senza animali, meriterebbe già la visita per i suoi panorami tipici della savana africana. Non si fa in tempo a varcarne l’ingresso che appaiono zebre e antilopi. Poi arriva in fretta il resto: elefanti, giraffe, leoni, ghepardi, struzzi, gazzelle, orici, gnu, facoceri, rinoceronti, uccelli. Il parco è talmente esteso che a volte pare che di animali non ce ne sia nemmeno l’ombra. Poi si inizia a vedere qualche segno, magari una cacca di elefante, che non passa inosservata. Si arriva ad una delle pozze e possono succedere due cose: la pozza è completamente deserta, oppure ci sono 50 elefanti che si bevono e lavano, circondati da decine di zebre, gnu e springbok che attendono il loro turno. Se si è fortunati, qualche leone se ne sta da qualche parte sotto ad una pianta, in attesa della battuta di caccia.

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etosha namibia leone maschio

Leoni nell’Etosha

Nella stagione secca, le pozze dell’Etosha sono il luogo perfetto per trovare tanti animali tutti insieme. Agli ingressi del parco in genere si trova un libro dei visitatori, dove giorno per giorno vengono riportati i luoghi dove sono stati avvistati i felini. Ma non c’è una logica per avvistare il leone o gli elefanti. Si radunano intorno alle pozze, e ci si affida alla fortuna o alla pazienza.

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Prima gli elefanti, poi tutti gli altri. Pozza d’acqua nell’Etosha.

A volte gli incontri migliori avvengono a caso, magari nel punto più insospettabile dell’Etosha. La nostra giornata sta per volgere al termine con il sole che corre verso l’orizzonte quando, a pochi metri dalla nostra auto a noleggio, sei leoni passeggiano alla ricerca di qualche preda. Spengo il motore. Tra noi e i leoni ci sono pochi metri. Lascio la chiave inserita nel quadro e un dito sul comando del finestrino mentre scatto le foto. L’ultima sorpresa sono alcune zebre che si rotolano nella terra sotto agli ultimi raggi di sole.

etosha namibia zebre

namibia etosha zebre

Litigio tra zebre

Dormire nei campeggi all’ingresso dell’Etosha è quasi impossibile, se non prenotando diversi mesi in anticipo. Sono gestiti dall’ente NWR (Namibian Wildlife Resorts), un po’ equivoco tra l’altro sulla gestione. Diversi viaggiatori mi hanno riferito di dormire in campeggi semideserti, ma ufficialmente pieni, quasi non avessero voglia di averli pieni. La poca cortesia di diverse persone che lavorano per NWR, in un Paese invece di gente sempre estremamente gentile, fa insospettire. Ad ogni modo, poco fuori dai gate ci sono altre sistemazioni. I gate dell’Etosha aprono all’alba e chiudono al tramonto, ma anche dormendo all’interno è vietato stare fuori quando è buio, quindi non cambia molto. I campeggi all’interno però hanno in genere una loro pozza dove si possono vedere gli animali, anche la sera. Noi, dormendo fuori, non avevamo la nostra pozza, ma una zebra che girava intorno al nostro tavolino da campeggio, forse attirata dalla mia cucina.

 

Il safari in autonomia e con auto a noleggio è un’occasione unica. Le guide conoscono forse e luoghi dove ci sono certi animali, hanno di sicuro l’occhio più allenato a scovare un leone o un leopardo, ma scoprire gli animali da soli ha un gusto diverso. Di sicuro, diverse volte, sarò sfrecciato con la mia macchina vicino a leoni o altri felini senza rendermene conto.

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Ghepardo

Del resto è noto, tu non sai dove sono gli animali, ma loro sanno dove sei tu. Un buon motivo per non scendere mai dalla propria auto all’interno dell’Etosha. E se buchi una gomma? Su questo non ho risposta. Forse si deve chiedere soccorso ad un elefante gommista.

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Savana e springbok. Etosha

Le guide di viaggio dicono di andare ad una pozza qualunque e aspettare. Io ho preferito invece muovermi molto, come gli animali. Credo non ci sia una regola, ma più ti muovi e più vedi, più incontri. Lapalissiano. E così, puoi imbatterti tre elefanti giganteschi che ti attraversano la strada, due ghepardi che passeggiano, due zebre che litigano, due gnu che s’incornano, un gruppo di 200 o 300 zebre che si spostano verso una pozza. Ce se sono talmente tante che la sera, mentre mangi al campeggio, credi di vedere una zebra lì dietro al tuo tavolino illuminato da una lampada fioca appesa alla pianta. Passa qualche istante e ti giri di nuovo, e la zebra non è un miraggio, ma è proprio lì in carne ed ossa, e ci manca poco che mangi direttamente dal tuo piatto. Succede anche che nel campeggio successivo, sempre mentre stai cucinando con il fornello a gas nella penombra della tua piazzola, vedi un ghepardo a pochi metri. Salti sulla sedia e ti prepari alla fuga, per poi notare che c’è un sottile recinto metallico, e il ghepardo non può avvicinarsi, perché è il recinto del campeggio stesso. Probabilmente l’animale, per qualche problema, non può vivere da solo fuori, e gli hanno costruito uno spazio dove vivere in compagnia di una scimmia. La notte sento dei passi intorno alla tenda, ma sono solo due springbok che curiosano in giro. Di sicuro non devi dormire fuori dalla tenda. Lo sa bene un turista tedesco a cui una iena ha portato via un pezzo di faccia.

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Orici (antilopi)

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Gigante nell’Etosha

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Asciugaelefante

Si può girare per l’Etosha per giorni e giorni, avvistare animali, osservarli mentre giocano, litigano o si riposano, aspettare la battuta di caccia dei leoni o dei ghepardi. La Namibia però non è solo savana, leoni ed elefanti, ma anche deserti, dune colorate, oceani, montagne e canyon, paesaggi sconfinati e strade che invocano il viaggio. Quando esci dall’Etosha credi di stare abbandonando qualcosa, ma bastano pochi chilometri per sentire subito, di nuovo, la voglia di correre.

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Giraffe nell’Etosha

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Namibia: due giorni a Swakopmund

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Swakopmund: tramonto sul molo

Siamo partiti da Uis la mattina. La strada lascia le colline e i colori del Damaraland e si addentra nel deserto, una distesa di sabbia rossa che si perde in un orizzonte di colline lontane. Alcuni struzzi corrono in mezzo alla sabbia. Procediamo su una pista sterrata più larga di un’autostrada, senza incontrare quasi nessuno.

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Verso Swakopmund dal monte Brandberg

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Struzzo e deserto sulla strada per Swakopmund

L’aria è molto calda. Procediamo solitari nel deserto fino a quando, ad alcune decine di chilometri a Swakopmund, in lontananza s’inizia a intravedere qualcosa di scuro. Potrebbe sembrare l’oceano, ma ha un qualcosa di sinistro che inizialmente non riesco a capire.

Intanto non fa più così caldo e spengo il condizionatore. Il deserto ora è piatto, e ha perso i suoi orizzonti. La macchia scura in fondo alla strada prende le sembianze di una spessa coltre di nuvole, o forse nebbia. Minuto dopo minuto, l’aria diventa più fredda. Inizio ad alzare i finestrini. Il sole filtra attraverso le nuvole a strisce irregolari, illumina di giallo la sabbia sulla la strada, che corre dritta fino all’oceano. Si perde in fondo, in mezzo alla coltre di nebbia e ai raggi di sole che ancora riescono a farsi largo tra gli spiragli di cielo sereno. Un paesaggio surreale, tra illusioni ottiche e sensazione di guidare l’auto in un video game.

viaggio in namibia strada swakopmund

strada swakopmund namibia

Verso la skeleton coast e Swakopmund, tra deserto e nebbia

Sulla costa la prima cittadina è Henties Bay. Scendiamo dall’auto con pantaloni lunghi, calze, pile e cappello. Il cielo è grigio, il vento teso è carico di umidità che condensa sulle case e per terra. A Swakopmund, poco più a sud, la coltre di nuvole e nebbia si è un po’ diradata, ma il vendo freddo e umido non si placa. Sono le correnti gelide che investono la costa della Namibia sulla Skeleton Coast. Si chiama Skeleton Coast per gli scheletri di tutte le barche che ci si sono arenate, perse nelle nebbie e trascinate a riva dal vento. Le hanno lasciate lì ad arrugginire, in un cimitero di spettrali fantasmi metallici.

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Relitto sulla Skeleton Coast vicino a Swakopmund

La città, in lontananza, appare come un agglomerato di case abbandonato con una certa dose di follia, in balia del vento dell’oceano e della sabbia del deserto.

Nel pomeriggio il cielo di Swakopmund si libera dalla nebbia, il tramonto infuoca l’orizzonte. Il molo spruzza acqua sotto i colpi delle onde che corrono veloci verso riva.

Il clima della Skeleton Coast e Swakopmund è forse, insieme a Luderitz, il peggiore della Namibia. Swakopmund è una città coloniale tedesca, abbonda la birra e si può anche mangiare qualcosa di buono nei ristoranti. Ne scegliamo uno costruito proprio su un ex relitto arenatosi sulla Skeleton Coast, dove servono pesce o filetto di gazzella.

La notte in tenda è fredda. Usciamo dalla tenda la mattina e tutto è bagnato come se avesse piovuto. Il cielo è pennellato di grigio.

Anche se così non potrebbe sembrare, c’è una ragione per andare nel freddo e nell’umidità di Swakopmund. Poco più a sud, Walvis Bay è la porta di accesso a Sandwich Harbour, uno dei luoghi più spettacolari della Namibia intera.

Per chi poi vuole dilettarsi con varie attività sulle dune di sabbia o sull’acqua, c’è di tutto, dai cammelli ai quad al “sand surf” o “sand sci”, ai lanci con il paracadute.

La mia guida di viaggio riporta che può essere una tappa piacevole nel viaggio in Namibia, con i pub e l’atmosfera coloniale. Personalmente, dopo i leoni del parco Etosha, i paesaggi del Damaraland, le sabbie del deserto e il Fish river canyon, Swakopmund non ha nulla da offrire. Ci siamo fermati dormire e visitare i dintorni. Per la città in sé e il suo clima, sarei scappato via dopo un minuto.

–> Foto e racconto del viaggio in Namibia


Viaggio in Namibia: itinerario con auto a noleggio

Itinerario di viaggio in Namibia con auto a noleggio

Itinerario di viaggio in Namibia – 16 giorni

Gli itinerari di viaggio in Namibia, con auto a noleggio o con un tour organizzato, toccano sempre gli immancabili deserto del Namib e il parco dell’Etosha. Non c’è ragione di fermarsi lì, ma vedere un po’ di più e includere il Fish River canyon, le riserve naturali, il Damaraland, Luderitz e Swakopmund. Imperdibile, per me, Sandwich Harbour a sud di Walvis Bay.

In genere i viaggiatori effettuano il loro itinerario in senso orario, finendo all’Etosha, mentre noi abbiamo fatto l’esatto contrario. Cambia qualcosa? direi proprio di no.

Il nostro itinerario è stato:

Windhoek non ha molto da vedere. Anzi, a dire il vero, nulla. Avendo il volo di arrivo alla mattina e quello di ripartenza la sera, non ci siamo fermati né all’andata né al ritorno.

Il viaggio in auto verso il parco dell’Etosha è piuttosto lungo, così abbiamo fatto una tappa al Waterberg Plateau. La deviazione dalla strada principale può valerne la pena se si hanno sufficienti giorni per il resto del Paese. Ci sono brevi trekking da cui ammirare il panorama sopra la pianura.

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Panorama dal Waterberg Plateau

Siamo rimasti all’Ethosa 2 notti, in totale un giorno pieno e due mezze giornate nel parco. Saremmo rimasti una notte un più ma per questioni di organizzazione del viaggio dovevamo arrivare a Swakopmund in una certa data e abbiamo dovuto accelerare i tempi. Dormire all’interno dell’Etosha è impossibile, se non prenotando diversi mesi prima. Fuori dall’Ethosa ci sono comunque delle sistemazioni non lontane dagli ingressi principali.

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Leonessa nel parco dell’Etosha

Damaraland: notte a Uis, per fare tappa lungo il viaggio dall’Ethosa a Swakopmund. Fantastici i panorami lungo la strada (abbiamo tagliato sulle sterrate senza fare la strada più lunga e veloce dall’Etosha)

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Strada nel Damaraland

Swakopmund: due notti con visita in giornata a Walvis Bay e Sandwich Harbour (gita organizzata in quanto è impossibile andarci con i propri mezzi)

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Walvis Bay: Sandwich harbour

Sesriem / deserto del Namib: Come per l’Etosha, è impossibile dormire all’interno del parco del Namib, se non prenotando in anticipo (anche un anno). Anche i campeggi vicino a Sesriem sono spesso pieni. Noi siamo stati all’Agama River Camp e poi due notti all’Hammerstein lodge che offre alcune piazzole per il camping. La strada da Svakopmund a Sesriem è un susseguirsi di paesaggi al limite dell’incredibile, specie quando finisce il deserto e si aprono vallate dai colori irreali. Conviene arrivare a Sesriem nel pomeriggio così il sole è alle spalle e i panorami splendono. Una delle cose più belle viste in Namibia. A saperlo prima, ci avrei fatto una notte in uno dei camping o “farm” lungo la strada a qualche decina di chilometri da Sesriem. Dall’ingresso del parco del Namib desert ci sono altri 60 km per il Sossousvlei, quindi il viaggio dal campeggio era piuttosto lungo. Il secondo giorno di deserto abbiamo preso il giro largo per passare attraverso la NamibRand Nature Reserve, dai larghi paesaggi di colori saturi, dal giallo al viola. Nel deserto del Namib conviene evitare la Duna 45 all’alba e andarci nel pomeriggio quando non c’è più quasi nessuno. Lo stesso per Hidden Vlei che, indicato con un solo cartello al parcheggio, non è facilissimo trovare, specie se il vento cancella le tracce sulla sabbia. Siamo andati al pomeriggio e, con grande sorpresa, non c’era nessun altro turista in giro, mentre il vento soffiava fortissimo cancellando le tracce alle nostre spalle e alzando strisce di sabbia dai bordi delle dune. Vale la pena salire alla duna “Big Daddy”, sopra al Dead Vlei, la seconda più alta dell’intero deserto. Il Dead Vlei per me è il luogo più affascinante, della zona e forse della Namibia intera. Con il 4×4 inserito e a volte la marcia ridotta, siamo riusciti a guidare fino al Sossousvlei senza dovere prendere la navetta, con una mezza insabbiatura all’andata (non avevo sgonfiato le gomme e la guida è stata piuttosto difficile).

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Tramonto tra le dune del Namib

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Attraverso la NamibRand Nature Reserve

Namib Biosphere Reserve: una notte in un campeggio lungo la strada. Meriterebbe passarci almeno due notti fermandosi in una “farm” (fattoria), che però va prenotata in anticipo. Le guide della Namibia parlano poco di questa zona, ma la D707 è una delle strade più belle attraverso paesaggi di bellezza e colori unici.

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Namib Biosphere Reserve

Ludertiz: due notti per vedere i dintorni. Luderitz è una cittadina piuttosto squallida, spesso spazzata da un vento inclemente. Gita in mattinata alla Halifax island, l’isola dei pinguini. Li si vede da vicino ma la barca non attracca sull’isola. Durante il viaggio abbiamo avvistato delfini, foche e intravisto due balenae La colonia di pinguini è molto nutrita, peccato non potere scendere a riva. Kolmanskop è a 10 km da Luderitz verso est, città mineraria abbandonata a metà del secolo scorso e andata in rovina, assediata dal vento e dalla sabbia. Luogo eccezionale per fotografi. Conviene girarlo da soli mentre chi fai il giro organizzato (incluso nel costo del biglietto) rimane in gruppo e lascia il resto del sito semideserto.

Viaggio in Namibia kolmanskop sabbia

La dove una volta c’era una città – Kolmanskop

Fish river canyon: 3 notti anche se potevano bastarne 2. Prima notte sul lato orientale del canyon, con favoloso punto panoramico a Hobas, dove si può dormire. Meglio alla mattina con il sole alle spalle. Seconda e terza notte sul lato occidentale del Fish River canyon, presso il Fish River lodge, che organizza la seconda notte in tenda in fondo al canyon dopo un trekking di circa 15 km, che dal bordo del canyon scende fino al fiume Fish, che in stagione secca (inverno) non scorre ma rimangono molte pozze turchesi affollate di pesci. Percorso affascinante in ambiente libero e selvaggio. Si avvistano erbivori (antilopi e springbok) e babbuini.

Viaggio in Namibia fish river canyon

Hell bend, fish river canyon

Mariental: Abbiamo spezzato qui il lungo viaggio per tornare a Windhoek fermandoci una notte. La cittadina è giusto un reticolo di strade e case. Lì intorno però c’è una riserva e l’inizio del deserto del Kalahari che potrebbero meritare una visita se si hanno più giorni.

Noleggio auto: tutto quello che c’è da sapere per il self drive in Namibia

Viaggio in Namibia on the road

Abbiamo guidato una macchina Toyota Hilus 4×4, con tenda sul tetto e equipaggiamento da campeggio (frigorifero, sedie, tavolo, fornello a gas, pentole e stoviglie, sacchi a pelo, lampada a batterie), noleggiata a Windhoek. Conviene prenotare l’auto almeno 2/3 mesi in anticipo per avere più scelta. Le strade sono sempre segnalate benissimo, non serve il GPS a parte forse per orientarsi a Windhoek. Solo la direttrice principale B1 / B4 è asfaltata, mentre il resto è tutto sterrato, in genere in buone condizioni. I limiti di velocità in Namibia sono piuttosto alti, e molti turisti finiscono fuori strada ribaltandosi con l’auto con il baricentro alto. La nostra compagnia di noleggio ha installato una scatola nera che avvisava se si superavano gli 80 km/h su sterrato (il limite è 100 km/h). Guidando al massimo a 80 km/h, non si rischia nulla. Le strade sterrate sono in genere larghissime e sembra di potere spingere, ma a volte lo sterrato diventa improvvisamente sabbia e il passaggio è molto insidioso. Così come le numerose grandi cunette dove non si vede cosa c’è oltre, o i tratti sconnessi dove bisogna non andare troppo piano per non sobbalzare troppo ma nemmeno troppo veloce. Ad ogni modo, se si guida con un po’ di prudenza si viaggia alla grande.

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Noi avevamo due ruote di scorta (mai avuto una foratura) e serbatoio di benzina da 160 litri. Distributori se ne trovano spesso, basterebbe tranquillamente 125 litri e anche con 80 ce la si può fare (stando attenti a rifornire ad ogni occasione).

Una domanda a cui non avevo trovato risposta: dove mi fermo a campeggiare se ho la mia auto con la tenda sul tetto? In teoria ci si potrebbe fermare ovunque (fuori dai parchi Etosha e Namib desert) perché l’auto è dotata di tutto il materiale per il campeggio, ma in pratica conviene dormire nei campeggi che forniscono servizi, acqua, corrente elettrica, posto per il fuoco, e in genere una lampada nella piazzola. Contando che il sole tramonta sempre preso, il campeggio selvaggio ha come svantaggio, oltre non avere i servizi, quello di ritrovarsi al buio molto presto la sera.

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Per noleggiare l’auto serve la patente internazionale (convenzione di Vienna), ma una volta noleggiata per guidarla basta la patente italiana. Ai posti di blocco che a volte si incontrano a noi non hanno mai fatto storie.

Serve davvero la tenda sul tetto? In teoria no, perché nei campeggi si può montare una tenda normale senza problemi. La tenda sul tetto è comoda per il montaggio velocissimo, come contro ha che se si dorme due giorni nello stesso posto e ci si muove in auto, va smontata e rimontata comunque. Ragni, scorpioni e serpenti non sono un problema in stagione secca, quindi la tenda per terra non ha problemi nemmeno per chi li teme. A Swakopmund e sulla costa, in genere ventosa e umida, la tenda sul tetto permette di stare lontano dal terreno bagnato.

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Noleggiare un 4×4 è invece fondamentale. C’è chi affitta una normale macchina, ma li ho visti sobbalzare come sulle giostre sulle strade sterrate brutte, mentre con il 4×4 sfrecciavamo a 80 km/h non sentendo quasi le asperità del terreno nel quale affondavano le auto normali. Inoltre non ci sono problemi di sassi e buche, oltre alla velocità molto maggiore alla quale si riesce a guidare. Un 4×4 infine è progettato per condizioni estreme, e resiste ai colpi molto meglio di un’auto pensata per la città.

Guidare in Namibia è fantastico: permettere di fermarsi dove si vuole nei paesaggi incredibile che s’incontrano, dà una grande sensazione di libertà e autonomia totale. Da fare.

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Cibo in Namibia

La Namibia non è di certo un viaggio culinario. La cucina Namibiana offre pochi piatti con i pochi ingredienti che ci sono a disposizione.

Guidando un’auto a noleggio, si deve fare scorta di cibo nei pochissimi supermercati del Paese, in genere nelle “grandi” città. Soprattutto verdura e frutta fresca, introvabili fuori dai centri abitati più grandi. In Namibia in generale non si mangia molto bene, e nei menu dei ristoranti non servono i veri piatti namibiani, bensì menu “tedeschi”, “fish and chips”, patate fritte. Solo i lodge offrono cibo cucinato molto bene. Conviene quindi cucinare e concedersi il ristorante nei centri più grandi. Ottimi quelli di Windhoek (provato solo un pranzo in un bel ristorante) e Swakopmund. Già a Luderitz, più piccola, la cucina è pessima anche nei vari ristoranti. Per il pranzo, in genere ci arrangiavamo a panini con avocado (si trovano molto buoni nei pochi supermercati), formaggio e pomodoro. Il pane è più facile trovarlo, ma non sempre. Meglio avere sempre delle scorte.

Al ristorante o nei lodge conviene provare la selvaggina, davvero favolosa quando cucinata bene.

 

Fotografia in Namibia

La Namibia è uno dei viaggi di maggiori soddisfazioni per la fotografia. Viaggiare in Namibia però vuole dire viaggiare nel vento e nella sabbia. Sarà molto facile trovarsi con il sensore della macchina fotografica pieno di polvere o sabbia finissima, per cui è meglio attrezzarsi con il kit per la pulizia del sensore e degli obiettivi. Io in un caso ho ricorso al compressore in dotazione nell’auto a noleggio per soffiare via lo sporco dal sensore e dalle ghiere della macchina fotografica.

In genere nei campeggi c’è la corrente elettrica, ma non sempre funziona, quindi è meglio una batteria di scorta. Per gli obiettivi, essendoci grandi paesaggi e animali selvaggi, serve un grande range dal grandangolo al super teleobiettivo.

Anche qualche filtro ND o polarizzatore può essere utile in qualche caso, oltre al treppiede. Utile il monopiede per la gita in barca o per eventuali foto da una jeep in movimento.

Viaggio in Namibia zebre tramonto

 

–> Foto e racconto del viaggio in Namibia


Tramonto nelle steppe dell’Asia centrale

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La steppa ha nella sua piatta monotonia uno dei suoi fascini. Bisogna aspettare la sera e salire in alto. Basta poco, perché all’orizzonte non ci sono colline, montagne, o qualunque posa possa ostacolare la vista. L’orizzonte, piatto e monotono, diventa teatro di tramonti di fuoco. Il sole si abbassa in fondo alla steppa, i suoi raggi percorrono molta strada attraverso l’atmosfera. Il blu non ce la fa e viene assorbito prima di giungere ai vostri occhi. Il rosso si diffonde e regala un momento di magia sul deserto, dietro un minareto, o sulle mura della città. Ho deciso di stare a Khiva, nel nord dell’Uzbekistan, diversi giorni, e non mi sono perso nemmeno un tramonto. Qualche volta sono andato sulle mura, qualche volta sotto o dento al minareto, per vedere la città diventare rosa, oppure per vedere le sagome dei minareti nere in controluce al sole che affondava in fondo alla steppa. Qualche secolo fa, quei raggi di sole che si spegnevano all’orizzonte potevano nascondere un’orda di conquistatori venuti dalla Mongolia, oppure dalla Persia. Una vedetta cercava di avvistarli da lontano. Ma non c’era molto da fare, se non aspettarli e fronteggiarli lì. La steppa era troppo grande. Ogni alba poteva portare nuova luce o una nuova incursione, una nuova battaglia.

Oggi, di quelle battaglie rimane ancora molto, nell’architettura, nei lineamenti della popolazione ancora miscuglio di oriente e occidente. Gli echi di quelle voci della storia paiono ancora intrappolati nelle volte delle moschee e nei minareti, ma sono ormai silenti. Rimangono i tramonti, che regalano ancora la poesia e l’atmosfera magica dell’Asia Centrale.

–> il mio libro Pamir Express, in viaggio in Asia centrale