Fotografia Montagna


Sul tetto d’Europa in pigiama

Era destino che prima o poi mi sarei trovato ad affrontare la scalata del Monte Bianco, la vetta più alta d’Europa. Mia padre, alpinista per vocazione, aveva domato tutte le cime oltre i 4000 metri delle Alpi mentre io, a 16 anni, correvo in una delle squadre di atletica più forti in Italia. Era il momento perfetto.
Mia sorella maggiore, la più cicciotta della famiglia, aveva raggiunto la cima un paio di anni prima. “Se l’ha fatto lei, io lo posso fare su una gamba sola!” pensavo.
In qualche modo fu il primo viaggio all’estero zaino in spalla, anche se superammo il confine con la Francia veramente di pochi metri. Ancora oggi non è molto chiaro se la cima sia italiana, francese, o se ne segni proprio il confine, ma una cosa è certa: di là è Francia, di qua è Italia.
Trascorrevamo le vacanze estive in una casa proprio alle pendici del Monte Bianco. La cima, spesso coperta o spazzata dal vento che ne sollevava nuvole di neve, seppur lì vicina agli occhi, si mostrava come un luogo impossibile, inarrivabile.
Quando la vetta era coperta dalla nuvola a schiena d’asino, i giorni successivi avrebbe piovuto. Oltre alla nuvola, la società delle guide alpine valdostane esponeva un bollettino meteo che non perdeva un colpo.
Una mattina d’agosto preparo così zaino, ramponi e piccozza, esco di casa e per un attimo guardo la cima in mezzo al cielo. “Domani sarò lassù”.
Affrontiamo la salita sul versante francese, una delle vie normali, ma non la più battuta, in quanto dice la guida alpina: “E’ lunga e faticosa”. La stagione buona per la scalata non è lunghissima, e arrivano scalatori da tutta Europa, con il risultato che sulla la via normale più classica, sempre sul versante francese, si procede come o pinguini che affollano una spiaggia al sole antartico. Di tutti quelli che partono, una buona metà poi non ce la fa e torna indietro.
Siamo ormai sulla funivia che ci porta all’Auguille du Midi quando un pensiero si fa improvvisamente largo nella mia testa. Dove sono i miei pantaloni da montagna? Ho gli scarponi di plastica, i ramponi, la piccozza, guanti e cappello. Della salopette da alpinismo non c’è traccia.
Guardo la tuta del pigiama che indosso. E’ troppo tardi per tornare indietro. Continuiamo così. Ho 16 anni e sono forte, che sarà mai scalare i 4810 metri della cima in pigiama? Mi consolo pensando alla calda giacca a vento in piumino, agli scarponi di plastica e i calzettoni.
Il pensiero del pigiama mi accompagna per tutta la giornata e durante la serata al rifugio.
Ci svegliamo prima della 2 di notte, agganciamo i ramponi agli scarponi e ci incamminiamo lungo il ghiacciaio. E’ buio pesto. Ci facciamo strada illuminando il ghiaccio con le pile frontali. Partiamo lentamente. Molto lentamente. Io scalpito ma confido nell’esperienza di mio padre. Il rifugio è già in quota, a 3600 metri, ma la via non è lineare: lungo percorso ci sono di mezzo il Mont Blanc di Tacul e il Mont Maudit, che costringono a due salite e due discese, il che non solo rende maggiore il dislivello, ma lo rende anche tutto più in quota.
Superiamo il Mont Blanc di Tacul senza problemi. Il crepaccio terminale, causa della molta neve caduta in inverno, non è molto grande. Lo affrontiamo in piena notte, e posso solo intuire la profondità del baratro che si apre lì sotto illuminandolo con la pila frontale. Forse è una fortuna. Meglio non rendersi troppo conto di quello che c’è lì sotto. Un lungo passo deciso e passa la paura.
Scendiamo e attacchiamo la salita del Mont Maudit. Qui capisco il perché dell’essere partiti cosi lentamente. La quota inizia a farsi sentire, e ritroviamo tutti gli scalatori che ci avevano superato a doppia velocità all’inizio, fermi o che procedono ansimando cercando di recuperare il fiato. Questa salita è decisamente più ripida. Spesso devo appoggiare la piccozza nel ghiaccio per essere sicuro di non fare passi falsi e scivolare. L’alba giunge quando siamo a circa 4400 metri di quota. Un tappeto di nuvole infatti copre tutto fino all’orizzonte. Lo spettacolo è incredibile: siamo in quello che nell’immaginario è il paradiso: galleggiamo sopra le nuvole con l’impressione che ci si potrebbe tuffare sopra e restare sospesi nel cielo. Il panorama è vertiginoso: dal mare di nuvole spuntano solo poche cime oltre i 4000 metri. Le dobbiamo osservare puntando i nostri occhi verso il basso. Stiamo arrivando sul tetto d’Europa, e se ne ha tutta la sensazione.
E’ il momento più freddo, e il pigiama mostra un po’ i suoi limiti.
Gli ultimi 400 metri di salita sono durissimi. La carenza di ossigeno si fa sentire. I muscoli vorrebbero camminare veloci verso la cima i polmoni rispondono picche. Sembra di muoversi al rallentatore, come se le lancette dell’orologio del tempo avessero tirato il freno a mano. I passi si fanno lenti, e io sbuffo continuamente.
Se non fosse che siamo prossimi a quel traguardo, se fosse una cima qualunque delle Alpi, non avrei dubbi, mi fermerei e prenderei la strada della discesa.
Corro per cento chilometri alla settimana, partecipo ai campionati italiani di atletica e in corse campestri internazionali, ma la fatica che provo in quegli ultimi metri non è comparabile alla più impegnativa delle gare.
Arriviamo in cima alle 7.30 del mattino. Siamo i primi insieme ad un paio di altre cordate. La sensazione di spossatezza legata alla rarefazione dell’aria ci farà prendere la via del ritorno dopo dieci o quindici minuti, dopo avere scattato qualche foto più o meno storta.
Scendiamo per l’altra via normale, per evitare quelle due discese che tornando indietro diventerebbero due ingrate risalite. La discesa è più semplice del previsto. Con la sicurezza dei ramponi sotto gli scarponi, procediamo a grandi falcate, saltando allegramente i piccoli crepacci che incontriamo. Nulla a che vedere con il crepaccio terminale: questi sono piccole e innocue fessure che solo di tanto in tanto ci fanno rallentare e procedere con cautela.
Dobbiamo poi attraversare la parte di ghiacciaio con i seracchi, dove a volte ci sono alcune grandi fessure dalle quali si aprono voragini delle quali non si intuisce nemmeno quale sia il fondo. La via comunque è ben segnata da chi è passato precedentemente e solo qualche volta dobbiamo fermarci e procedere facendo sicurezza.
Intorno a mezzogiorno siamo già giù alla macchina. Torniamo sul versante italiano, e le nuvole mattutine intanto si sono dissolte. Guardo su e osservo la cima, e con stupore ancora maggiore di quando ero partito penso: “Stamattina all’alba ero lassù”.