Viaggi – Groenlandia

Racconto di viaggio

Racconto di viaggio – Groenlandia: leggende tra gli iceberg
Da Reykjavik, a bordo di un bimotore a elica, abbiamo sorvolato un interrotto mare di nuvole. Uno squarcio di sereno ha aperto uno scorcio sulla costa ovest della Groenlandia.
L’aereo si allinea alla pista all’ultimo momento e quasi per magia riesce ad atterrare su quella corta e sottile striscia di asfalto abbandonata a se stessa tra il fiume e le colline. I piloti qui atterrano senza alcun aiuto da terra. Se andassimo lunghi finiremmo dritti a fare compagnia ai piccoli iceberg che galleggiano nel fiordo in balia del vento.
Intorno all’aeroporto ci sono quattro casette, e lì finisce Narsarsuak. In Groenlandia bastano sette persone perché si battezzi un nuovo centro urbano marcato con il cerchietto rosso sulla cartina. Qui ce ne sono un po’ di più. Non molte comunque.
E’ la stagione migliore, proprio a ridosso del solstizio d’estate, dove il sole splende quasi per ventiquattro ore.  A me accoglie un cielo plumbeo di nuvoloni neri che lasciano appena intravedere il fiordo. Il vento mi sferza il viso. Attraverso il fiordo in barca indossando cappello, guanti e parka polare. Estate artica.
Sarà per il clima, per l’isolamento dal mondo, per i lunghissimi e per bui mesi invernali che qui, come un po’ in tutti i paesi del nord, intrappolati nei rufoli di vento artico, negli spruzzi del mare in burrasca, negli iceberg o nei crepitii del ghiaccio polare, vivono ancora folletti, elfi e trolls.
Non sono solo leggende popolari tramandate di generazione in generazione.
Pare che in Islanda, a causa di alcuni elfi che si riteneva abitassero in una roccia, abbiano deviato una strada in costruzione, per evitare di disturbarli.
I trolls Groenlandesi sono spesso malvagi, ma invocandoli nel modo giusto possono portare vantaggi ad esempio per la caccia o per fare sciogliere il pack ghiacciato in primavera.
Tupilak è uno spirito maligno, che può essere creato da stregoni o streghe. Ossa di animali o uccelli sono accatastate insieme e nascoste in un luogo solitario. Quando lo stregone ritiene sia un buon giorno e si sente ben disposto, visita il suo mucchio di ossa e le mette insieme nella forma di una creatura fantastica, che deve toccare solo con il suo pollice e mignolo, altrimenti il Tupilak perde la sua forza. Mentre recita parole magiche su di esso, trae nutrimento dalle sue parti sessuali. Una volta raggiunta la dimensione desiderata, lo manda verso il mare. Quando ne ha bisogno, lo stregone convoca la creatura per andare e uccidere il suo nemico, che di solito muore alla sola vista della forma orribile del Tupilak.
I pochi viaggiatori che si avventurano in Groenlandia però devono temere più di tutti Amâgiat, un orribile vecchio troll che vive in profondità nel cuore delle montagne. Cattura i viaggiatori solitari cogliendoli di sorpresa e li porta a casa chiusi nel suo zaino, poi li divora. A me, sprovvisto di zanzariera da viso, sono le zanzare artiche a divorarmi. Infestano tutti i fiordi, tranne le zone dove pascolano le pecore. Non che non gli piacerebbe pungerle, ma si sospetta che nell’urina degli ovini ci sia una sorta di repellente o forse un potente killer delle larve di zanzara. Un’alternativa ecologica e sostenibile agli insetticidi carichi di DEET, anche se non sarà facile convincere i turisti a farsi orinare addosso da una pecora prima di partire per il trekking.
Io trovo un altro rimedio. Mi fermo solo nei punti più esposti, dove il vento è più forte e freddo. Più panorama e meno zanzare.
Le vallate verdi e punteggiate di mille laghetti blu potrebbero assomigliare alle highlands scozzesi o forse ad alcuni paesaggi alpini, ma alzando lo sguardo compare un orizzonte bianco a volte a 180 gradi. E’ la calotta polare, una coperta di quasi due milioni di km² che intrappola al suo interno ghiaccio vecchio oltre 100.000 anni. Il riscaldamento globale la sta facendo sciogliere. Sulla superficie scorrono fiumi di acque che alimentano laghi sub-glaciali. Se continua così le sue acque dolci si riverseranno sempre più in grandi quantità nel mare, e a Venezia bisognerà alzare i pali.
Riscaldamento globale o no, il ghiaccio qui c’è e regola la vita degli inuit. Non esistono strade di collegamento tra i villaggi, così d’inverno, quando il mare nei fiordi si congela, l’unico mezzo di trasporto è l’elicottero. Oppure, con una certa cautela, si possono attraversare i fiordi con le slitte. In primavera gli inuit invocano Asiaq, la dea del tempo che vive da qualche parte sulla banchisa artica. Quando nella stagione del disgelo la banchisa gelata fa fatica a rompersi, uno stregone deve andare a pacificare la dea, in modo che lei possa liberare la pioggia e i venti caldi che soffiano dalle montagne, per rompere il ghiaccio nei fiordi e spingerlo verso il mare.
Dopo un trekking da un fiordo all’altro, mi affacciato in una baia ancora piena d’iceberg, che i venti scatenati dalla dea non devono ancora avere sciolto e trascinato in mare aperto. Gli iceberg sono vivi. Si muovono, si scontrano, si spezzano. L’acqua si scioglie e scorre al loro interno con gorgoglii intermittenti. Mi fermo ad ascoltare tutti questi rumori imprevedibili, a volte sommessi, a volte cupi, a volte scoppiettanti, a volte fragorosi. Non c’è mai una pausa. E’ una vera e propria sinfonia. Il direttore d’orchestra è Ingnerssuit, uno spirito sotterraneo. Per gli Inuit, quando in primavera il ghiaccio scricchiola nel mare facendo strani rumori, è lui che sta piangendo.
La seconda notte al campo tendato nel fiordo di Qaleraliq è accompagnata da alcuni boati dal ghiacciaio. A quanto pare Ingnerssuit è disperato. Troviamo le sue lacrime la mattina sulla spiaggia, un’impressionante fila di sculture di ghiaccio arenate sulla sabbia come fossero pezzi di una collezione di un museo.
Alcune sono compatte, monolitiche, altre sono la composizione d’infiniti piccolissimi pezzetti attaccati uno all’altro. Trasparenti, bianche, oppure blu, a seconda di quanto il ghiaccio è compresso e di come la luce viene diffusa o meno al suo interno. Quei cristalli congelati che ho davanti possono contenere acqua più vecchia della storia dell’uomo sulla terra. Ne scalpelliamo uno per fare un drink dal sapore preistorico.
Tra questa parata di pezzi d’iceberg passeggia una mandria di caribù. Le file di ombrelloni da sole qui devono aspettare tempi migliori.
Nel gruppo d’intrepidi viaggiatori che mi fanno compagnia me c’è Peter, professore di geografia in pensione, che può leggere in ogni sasso la storia di questa terra. Una terra incontaminata, che mostra i suoi segni alla luce del sole. Sono tanto interessato a questi minerali quanto alla birra che Peter porta con sé. E’ uno scozzese purosangue. Ogni sera tardi rimaniamo svegli solo noi, e ci beviamo qualche lattina di una bionda islandese di cui ha caricato nel suo bagaglio in stiva. Mi racconta che da ragazzo aveva sempre creduto che Marco Polo fosse un esploratore irlandese: Mark O’Polo. Capì il malinteso solo diversi anni dopo quando per la prima volta lesse con sorpresa il suo vero nome su un libro.
C’è anche Ben, americano di famiglia ebrea. Parla perfettamente tre lingue, canta in un coro, è medico di professione e come volontario nei paesi in via di sviluppo. Non gli piacciono gli itinerari turistici. Ha viaggiato in remote valli del Pakistan, nelle foreste della Papua Nuova Guinea, ha attraversato la Tanzania a piedi e l’Alaska in bicicletta.
Completano il gruppo una coppia di francesi, accaniti alpinisti. Lui ha scalato il Monte Bianco nove volte, sempre dalla stesso versante. Le guide che ci portano lungo i trekking non sono da meno. La maggior parte sono argentine, hanno lavorato sui ghiacciai della Patagonia e hanno scalato vette del calibro del Cerro Torre e dell’Aconcagua.
L’ambiente in Groenlandia è spesso molto simile a quello della montagna d’alta quota in Europa, con la differenza che se ti giri c’è subito il mare. Faccio fatica ad abituarmi al contrasto, e rimango spesso incantato nell’osservare l’orizzonte bianchissimo a quasi 180 gradi, con un cielo dipinto con due mani di blu.
Ma dopo diverse giornate di sole splendente, io invoco lo spirito della pioggia, che mi accontenta. Visitiamo l’ultimo fiordo con le nuvole che si abbassano fino quasi a toccare il mare. Gli iceberg assumono un tono più minaccioso, la nebbiolina gli conferisce un’aria misteriosa, drammatica, mentre il mare si scurisce nascondendo i suoi abissi. Vicino agli iceberg l’acqua diventa blu o verde, riflettendo il ghiaccio.  Stando lì ad ascoltare forse si può captare una voce dei mille spiriti di queste terre nordiche, di qualche troll solitario.
In mezzo al mare tra i ghiacci del pack vive un mostro, Sarqiserasak, che rema sempre in un mezzo kayak. Se incontra un cacciatore, cerca con tutti i mezzi in suo potere di capovolgerlo e farlo annegare, e d’impadronirsi della sua preda.
Ha una moglie che è molto più pericolosa. Vive in montagna e sulle sue mani e piedi ha artigli taglienti come coltelli, talmente forti da permettergli di scavare direttamente la sua strada attraverso le rocce.
Poi c’è Imap Ukoa, la madre del mare, che vive nel fondale oceanico.
Le cattive azioni di tutti gli uomini diventano sporcizia nei suoi capelli. Quindi lei è arrabbiata, e cattura tutte le foche nei suoi capelli, dove vivono come pidocchi. La caccia allora diventa impossibile, e uno stregone deve recarsi da lei per farle uno shampoo. A quel punto Imap Ukoa libera le foche in mare per la gioia degli uomini.