Viaggi – Marocco

Racconto di viaggio


Racconto di viaggio – Verso le sabbie del Sahara

Il labirinto mi ha affascinato fin da bambino. Era spesso protagonista dei miei sogni, ed è sempre rimasto qualcosa di un po’ magico. Una di quelle cose che si vedono nei film di avventura, che forse esiste davvero, o forse no. E se esiste, chissà dove.
Entro nei vicoli della medina di Fez, ed eccolo lì davanti ai miei occhi, poi tutto attorno a me: il labirinto!
Finalmente ho tra le mani il gioco sempre sognato, una chimera inseguita per anni e che sembrava destinata a restare irraggiungibile. Chiudo la guida nello zaino, e con essa ogni proposito di cercare di ricordare da dove sono venuto, e inizio a girare senza meta. Forse sto orbitando sempre intorno allo stesso isolato, forse mi sto allontanando per sempre da dove sono partito. Questo il gioco.
Passeggio e vengo assalita dai Marocchini.
I convenevoli durano poco. Arriva subito la pioggia di offerte, dai tappeti alle ceramiche, alle spezie, ai tour organizzati, alla marijuana. L’importante è vendere qualcosa, fare l’affare, mercanteggiare. Qualcuno si offre anche per riaccompagnarmi di qui o di là, indicandomi la via verso la tale porta o piazza. Mi fa ritrovare l’orientamento distruggendomi tra le mani il nuovo giocattolo.
Mi chiedono di scambiare i loro oggetti con i miei pantaloni o le medicine.
L’italiano in Marocco è come un coniglio nella gabbia dei serpenti. Divento ufficialmente slovacco. Mi libero così di venditori e procacciatori di alberghi e tour organizzati, e nella zona della pensione dove alloggio divento subito “lo slovacco”. “Hello! Slovakia!” mi ripetono i ragazzi fuori dalla mia pensione.
Ormai li ho fregati, m’illudo.
Posso riprendere il gioco del labirinto. Ci sarebbero alcune cose da vedere nei dintorni della città, ma quando mi ricapita un’occasione simile?
Dopo qualche giorno inizio a riconoscere troppi vicoli e piazze. Dubito che mischieranno tutto per regalarmi un altro giro. Vado alla stazione, Marrakech mi attende.
La piazza Djam el fna mi accoglie e sorprende più di quanto potessi immaginare. Famosissima, turisticissima… invece no, marocchina.
Lo spettacolo va in scena a rotazione senza stop dall’alba a notte fonda. Serpenti, scimmie, musicisti, artisti, e i cantastorie che tramandano oralmente la cultura. Noi turisti possiamo passeggiarci e curiosare, farci spillare qualche soldo, ma con la sensazione di non potere capirci molto. La piazza se ne frega di farsi comprendere dagli stranieri. Tanto noi ci andiamo lo stesso. Ma non è cosa per noi, che siamo solo mucche da mungere in un pascolo dove non possiamo mangiare.
Sono stregato. Mi fermo lì in mezzo ancora con lo zaino sulle spalle, lasciando perdere per un po’ il pensiero di andare a cercare la pensione. L’atmosfera è ipnotica, nella piazza più intrigante che abbia mai visto.
Lascio la piazza e m’infilo nella medina di Marrakech. Mi perdo ancora. Le indicazioni erano semplici: trovare l’Argana caffè e prendere la viuzza a sinistra. Mi arrendo, non ci capisco nulla, chiedo indicazioni.
“Sei arrivato senza problemi?”.
“No, cercavo l’Argana caffè, ma non l’ho trovato”.
“Ah sì, l’hanno fatto saltare in aria con una bomba qualche mese fa”.
Non hanno aggiornato il sito, dicendo di cercare il palazzo esploso, o l’insegna bruciacchiata.
Mi raggiungono due amici e noleggiamo un’auto. On the road verso il deserto.
Dal dedalo delle vie nelle medine a una striscia di asfalto in mezzo al deserto. Dal caos alla solitudine.
Il paesaggio cambia ogni cinquanta chilometri.
Prima le montagne con la neve, poi un deserto in stile Arizona, o forse outback australiano, poi una valle brulla tagliata in due da un fiume e il palmeto verde, poi via via sempre più deserto desolato e pietroso, fino alle sabbie del Sahara.
Attraversiamo la valle del Dades, la gola del Todra. Destinazione Merzouga, avamposto ai margini delle dune. Nulla ci può fermare, a parte un marocchino in cerca di autostop in un polveroso crocevia in mezzo al nulla. Si chiama Said, va anche lui a Merzouga. Finalmente un marocchino disinteressato?
Ci ringrazia per il passaggio, ci racconta di lui, della sua famiglia, del Marocco. Maciniamo i 120 chilometri in un attimo.
C’è un’unica striscia di asfaltato che conduce a Merzouga. Penultima città a destra, poi dritto fino al mattino. Non c’è modo di perdersi quando ci sono solo due strade, una da nord a sud e una da est a ovest. Per il resto, sono solo piste di sabbia in mezzo al deserto.
“Said, perché ci fai girare a sinistra?”.
“Passiamo nel palmeto, è una scorciatoia”.
La strada si fa sempre più piccola, abbracciata dalle palme. Superiamo trattori e schiviamo i pastori con i loro asini e muli. Attraversiamo la cittadina e continuiamo verso est.
“Said, ma la strada asfaltata per Merzouga dovrebbe andare a sud”.
“Infatti, questa porta a una pista nel deserto. Così non fate due volte lo stesso percorso”.
Siamo dubbiosi.
Ok, al diavolo l’avere sotto controllo la situazione, al diavolo le raccomandazioni di chi ci ha noleggiato l’auto, seguiamo Said e vediamo cosa succede.
Rimbalziamo in mezzo alle buche e alla sabbia seguendo i saggi consigli di Said, cioè di prendere i salti di traverso e fare veloci movimenti col volante per non rompere la scatola del cambio o la coppa dell’olio. Tanto, se qualcosa va storto, seconda stella a destra c’è l’officina.
“Said, questa casetta in mezzo al deserto è Merzouga? Mi aspettavo qualcosa di più, che ne so, qualche strada, una guesthouse, un mercato”.
“No, non c’è ragione di andare a Merzouga. I miei amici vi possono portare a dormire nelle tende in mezzo al deserto, e poi domani torniamo indietro”.
Non credo ai miei occhi. Il marocchino ha fregato lo slovacco con un colpo da maestro. Mi arrendo, hai vinto tu. Mi hai venduto la notte nel deserto abbordandomi a
120 chilometri di distanza.
Come se io andassi al casello di Bologna a caccia di una famiglia di turisti americani da portare alla pizzeria di mio cugino a Milano.
Ad ogni modo, abbiamo una guida personale, i dromedari e la tenda. C’è anche il tè. Il prezzo è il minimo che riporta la guida del Marocco. Non poteva andarci meglio.
Partiamo a dorso dei dromedari, come i turisti dei villaggi vacanza. Allora scendo dal goffo quadrupede che sputacchia, e cammino al fianco del berbero che ci guida. Dritto a sinistra si potrebbe continuare attraverso questo paesaggio fino al Nilo, dritto a destra invece fino a Timbuctu.
Ci fermiamo per il tramonto, inondati di luce sempre più calda. Il sole scompare dietro le dune. Le ombre allungate e i giochi di luce si dissolvono, e per un attimo tutto si tinge di arancione.
Una a una appaiono le stelle, e la luna piena che ci illumina la strada fino alle tende.
Un tè tra amici davanti al fuoco, e intorno a noi la pace del deserto. Il resto sono dettagli.