Viaggi – Pakistan (Karakorum Highway)

Racconto di viaggio


Racconto di viaggio – Yak, cammelli e talebani (Karakorum Highway)

Ruote lisce, fiancate arrugginite, sedili puzzolenti, una decina di casse di polli sul tetto e una gabbia con dei pappagallini all’interno: è l’autobus “VIP air conditioning”, che ci porterà per un viaggio di 600 km attraverso la pianura pakistana prima, e poi lungo la valle dell’Indo fino a Gilgit. E’ l’inizio di quella che ufficialmente si chiama Karakorum Highway, ma che in realtà è poco più di una mulattiera, scavata nella roccia a colpi di dinamite attraverso un terreno impossibile, spesso a strapiombo sui gorghi del fiume.
Lasciamo la vecchia capitale Rawalpindi all’una del pomeriggio, cercando un varco nella bolgia di macchine, camion, motorette e carretti nelle strade di periferia. Poi l’anonima pianura del Punjab. Tra ingorghi, sorpassi e check-point della polizia, al tramonto abbiamo coperto solo un terzo del percorso; quello più semplice, prima dello sterrato, le frane e le infinite buche tra le quali rimbalziamo per tutta la notte.
La montagna si è lasciata lacerare sul fianco, ma vendica ogni candelotto di dinamite con una frana, che porta via tutto il lavoro e le vite umane spese per aprirla. Hanno provato a riasfaltarne qualche pezzo, ma non fanno in tempo ad arrivare in fondo ad una tratta che l’inizio è già sparito, inghiottito da frane che spesso sono lunghe centinaia di metri.
La notte procede con lo stesso incessante ritmo: noi che veniamo sballottati sui sedili, l’autobus che cigola, i freni che stridono, i pappagallini e i polli che si lamentano. Non riesco a chiudere occhio.
La luna piena abbaglia la spuma delle onde del fiume che scorre a fondo valle, mentre il panorama che si apre davanti sono sempre quei pochi metri di strada sterrata illuminata dai fari deboli e ingialliti.
Facciamo colazione prima dell’alba, poi inizia la giornata di digiuno imposto dal Ramadan. Le ultime ore di buche sono estenuanti. Arrivariamo a Gilgit, cittadina a 2000 metri di altitudine, poco dopo la confluenza dei fiumi Indo e Hunza.
Nonostante la quota, di giorno ci sono quasi 40 gradi; il sole ti mette una mano in faccia e te la gira dall’altra parte.
Gilgit è una città piuttosto integralista, spesso teatro di violenti scontri settari. Noi veniamo accolti da un vecchio dalla lunga barba nera, cappello bianco aderente alla nuca, che manda subito qualcuno a comprare due succhi di frutta.
“Ma è periodo di Ramadan, non dovremmo aspettare che tramonti il sole?”
Lui sorride. Ospitalità prima della religione.
Proseguiamo verso nord. La terra s’increspa e ripiega su se stessa come un fazzoletto di carta stropicciato. La strada continua con quel calvario di terra, polvere e massi scaricati dalle frane, ma intorno compaiono i colossi di roccia e ghiaccio delle montagne del Karakorum.
L’Hunza ha scavato nei millenni la lunga e profonda valle in mezzo, regalando una striscia di verde a un territorio desolatamente brullo.
Cambia il paesaggio, cambia la gente, cambia la religione. Ci fermiamo a mezzogiorno per una pausa pranzo. Tutti mangiano, in barba al ramadan. Sono ismaeliti, seguono Karim Aga Khan.
“Per noi il Ramadan vuole dire rispetto, di tutte le persone e cose, ma non sacrificio e digiuno”. Mi piace molto questa interpretazione del Ramadan, penso trangugiando gli ultimi sorsi della zuppa.
Ripartiamo e finalmente giungiamo a Karimabad, una sorta di eden nella valle, a parte per le temperature diurne, sempre da inferno dantesco.
Un ragazzo del villaggio indica le due vette da quasi 8000 metri che fanno da cornice alla vallata, il Rakaposhi da un lato e l’Hunza Peak dall’altro.
“Sono i nostri due condizionatori d’aria naturali, ma in questi giorni sembrano non funzionare”.
La parte vecchia di Karimabad è un villaggio in muri di sassi e stretti vicoli pedonali. A dominare il tutto c’è il forte di Baltit eretto sulla collina antistante al villaggio.
Più in basso invece sorge Altit, un villaggio millenario che ospita un altro forte meno spettacolare ma più autentico. E’ stagione di raccolta di albicocche, che vengono raccolte ed ammassate ad essiccare sui tetti delle case.
Ci incamminiamo all’alba con una guida locale verso l’Ultar Meadow, un punto panoramico a oltre 3000 metri. Dalle pareti dell’Hunza Peak si staccano interi seracchi di ghiaccio che rombano come bombe mentre si schiantano sulle rocce e sul ghiacciaio sottostante. Uno spettacolo maestoso. Compare il Lady Finger, un’aguzza parete di roccia da oltre 6000 metri che si staglia nel cielo di fianco all’Hunza Peak.
In discesa dobbiamo guadare il fiume e proseguire verso il villaggio di Duikar, seguendo il sentiero in costa scavato lungo uno strapiombo vertiginoso sulla parete. La nostra guida si congeda e torna a valle, ormai basta seguire la traccia.
La Karakorum Highway continuerebbe verso nord. Dopo Attabad ci sarebbero alcuni villaggi e un grande ponte sull’Hunza. Ma nel 2010 un intero pezzo di montagna è franato a valle e ha sbarrato la strada al fiume. Si è formato un lago lungo oltre 20 chilometri. I villaggi e il ponte sono stati sommersi, la gente evacuata, le comunità più a nord sono rimaste isolate. Era già accaduto più volte in passato in altri punti della valle; storie in alcuni casi finite in modo catastrofico, quando i laghi hanno poi rotto le dighe naturali formate dalle frane e hanno spazzato via tutto quello che si trovava a valle. Questa volta però è troppo, né la dinamite né i bulldozer possono fare qualcosa. Dopo due anni d’inutili tentativi hanno alzato bandiera bianca. La natura ha vinto, il lago resterà lì dov’è. Chi abitava nei villaggi sommersi dovrà farsene una ragione. Il nostro pullmino ci lascia al “molo”, dove alcune canoe portate da Karachi, cariche fino al limite dell’affondamento, traghettano merci e passeggeri dall’altra parte.
Lo “skipper”, seduto su un sedile da automobile avvitato in qualche modo sulla poppa dell’imbarcazione, aziona i due motori tramite due corde, come marionette. In fondo al lago ci sono altri pullmini e camion che aspettano e proseguono.
Sperimentiamo di persona un assaggio di questa lotta uomo-montagna. Stiamo risalendo verso nord. Un drappello di autisti è giù dagli automezzi con il naso all’insù. Diversi sassi cadono e si schiantano sulla strada come proiettili, a intervalli irregolari. A volte per alcuni secondi non accade nulla, poi uno o due ulteriori massi franano a terra. Tutti attendono, fino a che un autista prende coraggio, accende il motore, molla il freno, e sgomma passando il più velocemente possibile, probabilmente invocando la protezione dell’Aga Khan. Subito dopo vengono giù altri sassi.
Uno a uno passano tutti, noi rimaniamo gli ultimi. Un attimo d’indecisione, e anche il nostro autista rompe gli indugi. Passiamo trattenendo il respiro, sperando che la montagna faccia lo stesso.
Dove ora c’è il lago si parla già di un tunnel, perché se il destino della Karakorum Highway potrebbe essere incerto una cosa invece è sicura: le frane c’erano, ci sono e ci saranno.

Se pensavo che la Karakorum Highway fosse una strada al limite della follia, era perché non avevo ancora visto quella che porta nella valle di Shimshal. Quarantacinque chilometri in una valle strettissima, attraverso un canyon vertiginoso scavato dal fiume che scorre stretto e impetuoso tra le rocce.
Fino a pochi anni fa per arrivare a Shimshal erano necessari alcuni giorni di cammino. Poi gli abitanti locali hanno deciso di aprire una strada. Ci hanno messo diciotto anni, scolpendola metro dopo metro nella roccia, facendola saltare da una parte all’altra del fiume con ponti sospesi in legno e corde d’acciaio che si scuotono al nostro passaggio. La strada è larga appena quanto basta per fare passare la jeep. Nelle curve il fuoristrada rasenta la roccia da un lato, con la ruota a pochi centimetri dal vuoto dall’altro. Il fiume scorre lontanissimo in fondo al baratro alla nostra sinistra. Guadiamo alcuni torrenti sui quali i ponti non sono stati costruiti, oppure sono crollati in seguito a una piena. In uno di questi le ruote posteriori sbandano trascinate dalla corrente; l’autista si ferma, mette sotto qualche sasso e riparte.
Alla fine, come per magia, il panorama si apre in una stupenda vallata ampia e fertile, dove la gente si è insidiata da alcuni secoli coltivando i campi, allevando animali, e costruendo le case in sassi.
Come ci saranno arrivati? Chi può mai avere avuto l’idea di andare a vivere in un luogo così remoto e isolato dal mondo?
Ce lo spiega Sam, un giovane ragazzo del luogo vestito all’occidentale e pettinato alla moda. Secondo la storia tramandata oralmente di padre in figlio, Mamu Singh, appartenente alla valle dell’Hunza, s’innamorò di una ragazza del Wakhan, e nonostante il disaccordo del padre andò nel Wakhan per sposarla. Non potendo tornare a Hunza s’insediarono ad Avgarch. Un giorno Mamu Singh superò il passo sopra la ridente valle di Shimshal, fertile e con una sorgente di acqua, e decise di trasferirsi lì. Ebbero un figlio, Sher, che scoprì una vallata verde nel Pamir. Ma i Kirghisi a loro volta reclamavano la zona come di loro proprietà, e organizzarono una sfida a polo per risolvere il contenzioso. I Kirghizi avevano i cavalli, mentre Sher dovette rimediare uno yak. In più, il campo da gioco era in discesa a favore degli avversari. Nonostante tutto Sher vinse la partita e conquistò le praterie oltre il passo di Shimshal.
Oggi con la strada si arriva alla Karakorum Highway in tre ore di viaggio, e c’è un generatore per la corrente elettrica. Si deve comunque essere quasi del tutto autosufficienti. I mesi estivi sono i più intensi: bisogna coltivare i campi, fare i raccolti e macinare il grano, fare pascolare gli animali, essiccare gli arbusti da bruciare per la cucina e il riscaldamento, fare manutenzione alle case e ai muri a secco che delimitano i campi. Poi arriva l’inverno, il fiume ghiaccia e il generatore smette di funzionare. I campi si coprono di neve. La vita si ferma. Si sta nelle case a scaldarsi e cucinare, in attesa della primavera successiva.
Noi possiamo fermarci solo qualche giorno, fare un trekking fino al cospetto di un ghiacciaio, e riprendere la strada verso la Karakorum Highway.

“Cosa vi posso offrire a casa mia?”.
Dobbiamo rifiutare l’invito, a malincuore, ma ne abbiamo appena accettato uno presso un’altra famiglia.
L’uomo che ci ha invitato ha già ordinato alla figlia di preparare il tè. Ci raggiunge anche la moglie con il pane fatto in casa. Mangiamo per terra, nella tipica stanza spoglia e coperta solo di tappeti.
Ad Altit avevamo parlato per un attimo con un uomo in strada, e dopo pochi minuti eravamo già sulla via per casa sua.
Nella valle di Shimshal Sam, conosciuto sulla jeep, ci fissa appuntamento la mattina successiva. Ci porta dalle zie, che ci offrono del pollo con patate, poi a casa sua dove la madre ci ha preparato il pranzo vero e proprio, infine ci guida nel villaggio e sulle colline circostanti. Il giorno seguente ci accompagna in un trekking di otto ore per raggiungere un punto panoramico su un ghiaccio bianco che scende da vette oltre i 7000 metri.
Ancora più a nord sulla Karakorum Highway siamo invitati per un pic-nic sul prato da una famiglia di agricoltori, durante una pausa mentre trebbiano il grano.
Le nostre conversazioni finiscono sempre sul problema principale che li affligge, cioè la cattiva e falsa reputazione internazionale che ha demolito l’immagine del Paese e il turismo, fiorente fino a prima del fatidico 11 settembre 2001. Avevano costruito pensioni, ristoranti, negozi con prodotti locali; ora sono tutti deserti. Ucciso Bin Laden in Pakistan, le cose sono ulteriormente peggiorate e si apprestano a chiudere bottega.
Ma per loro non è cambiato nulla. Erano un popolo estremamente ospitale prima, e lo sono allo stesso modo oggi. I mass media però hanno iniziato a dipingere il Pakistan come il paese più pericoloso al mondo, e loro possono solo assistere impotenti. Le ONG che operano sul territorio chiedono cosa hanno bisogno, e oltre alla pompa per l’acqua o chissà quale infrastruttura si sentono sempre dire la stessa cosa: “Abbiamo bisogno che voi torniate in Occidente a raccontare come è il Pakistan veramente”.
E’ vero che esistono gruppi di talebani estremisti nel paese, ma è come se Italia non venissero più i turisti per le stragi della mafia. Noi abbiamo incontrato diversi estremisti sulla nostra strada: Talebani sì, ma dell’ospitalità.

Lasciata Sost, la Karakorum Highway prosegue nella valle che si stringe e continua a salire. L’Hunza diventa sempre più piccolo fino a diventare un ruscello. La temperatura scende, i nevai e i ghiacciai delle montagne si avvicinano fino a lambire la strada. La giornata è nuvolosa, ma fortunatamente non piove, il che ci mette più o meno al riparo da possibili frane. Il pullmino si arrampica lentamente tra i tornanti, prima di scollinare sul passo Khunjerab, a quasi 4800 metri di quota. E’ come essere in cima al Monte Bianco.
Siamo gli unici turisti sul minivan, in compagnia di una decina di Pakistani che portano merce oltre il confine Cinese.
Tutti i bagagli e i pacchi vengono controllati minuziosamente da un Pakistano prima del confine. Poi vengono passati a un cane, che li annusa mentre sprizzando adrenalina da tutti i pori. Ma i cinesi non si accontentano dei controlli effettuati prima del confine. Non hanno il cane, ed è il militare di turno che annusa direttamente, con meno eccitazione ma più sospetto rispetto al cane pakistano. Dobbiamo disfare gli zaini e fare passare tutto sotto gli occhi e il naso del cinese, dalle medicine fino alle mutande sporche.
Sul confine c’è un grande cartello rosso pieno d’ideogrammi, ma per un bel po’ di chilometri della Cina non c’è traccia. La valle stretta del Pakistan cede il passo a una vallata verde dove pascolano gli yak.
I pastori sono Kirghizi, hanno volti scuri e vivono nelle tende nomadi.
Solo a Tashkurgan s’inizia a intravedere l’infiltrazione cinese nelle terre dell’ovest.
Ci fermiamo al lago Karakul, uno specchio d’acqua blu incorniciato da una maestosa catena di montagne oltre i 7000 metri, con sette lingue di ghiacciai che si protendono verso il lago.
Qui la gente locale è kirghiza, e tutti i cinesi presenti sono turisti in visita, che scattano la foto ricordo mentre scaricano bottiglie di plastica e ogni altro tipo di rifiuto.
Ci sistemiamo in una tenda di kirghizi, dormendo sui tappeti fianco a fianco con tutta la famiglia, per proseguire poi in autostop fino a Kasghar, una delle città simbolo della Via della Seta, tra i monti del Pamir e il deserto del Taklamakan.
Immagino le carovane che si fermavano in questa osai per tirare il fiato prima di affrontare la salita a quasi 5000 metri o le sabbie del deserto a seconda della direzione in cui la percorrevano. In entrambi casi esposti a grandi rischi, non solo per il territorio ma per i predoni pronti e derubare, e spesso trucidare, i commercianti di passaggio.
A Kashgar fiorivano i mercati, veri e propri mix di Oriente e Occidente. Oggi ormai spopola la paccottiglia “made in China”. Gli Uiguri si radunano ancora al mercato degli animali la domenica, ma solo relegati al margine della società cinese che avanza alla conquista del territorio. Gli Han hanno costruito la città sfavillante di neon intorno alla vecchia Kashgar, che in parte crolla con i frequenti terremoti e in parte viene demolita e ricostruita di proposito.
Kashgar è stata ribattezzata Kashi, l’Uiguristan ora si chiama XinJiang, letteralmente “nuova terra”. Come il Tibet, è una terra ricchissima, che il governo cinese difficilmente mollerà dagli artigli. Alcune centinaia di migliaia di cinesi ogni anno vi si trasferiscono in cerca di opportunità. Hanno in mano tutto il grande business, dalle aziende alle banche e agli alberghi. Agli Uiguri rimangono le piccole attività, la pastorizia e le terre da coltivare. I problemi d’integrazione tra le due culture sono evidenti.
Da Kashgar proseguiamo lungo il ramo meridionale della Via della Seta, prima di attraversare il deserto del Taklamakan; il nome significa “se entri non ne uscirai più”. Oggi però c’è una strada asfaltata che lo taglia da sud a nord. Se entri e hai sufficiente benzina ne uscirai molto prima di quanto tu possa immaginare.

Non resta che ammirare le dune di sabbia e immaginare le carovane con i cammelli.
Il nostro viaggio da Niya a Urumqui non è una passeggiata. L’autobus sul quale contavamo per tagliare il deserto non c’è.
“Ieri avevate detto che oggi alle 16 c’era un autobus per Luntai?”
“Bu shi, bu shi”, risponde la bigliettaia agitando con un gesto di saluto, che in cinese però non significa “ciao” bensì una sorta di “no, non ne voglio sapere”.
Per qualche motivo che non possiamo capire è stato annullato. C’è un altro autobus, diretto a Korla, che però non ha orario. Attendiamo alla stazione. Nove ore. Arriva un minivan, senza cuccetta alcuna.
Partiamo quando il sole è ormai tramontato, insieme alle nostre speranze di ammirare le dune attraverso la Cross Desert Highway.
Arriviamo all’alba a Korla, in grande ritardo rispetto ai piani, e soprattutto con non più molto anticipo all’aereo in partenza. Saltiamo direttamente sul primo treno, che avanza al singhiozzo per dodici ore prima di arrivare a Urumqui, capitale della regione, dove gli sfavillanti edifici e i grattacieli mettono fine al regno uiguro e al nostro viaggio.