Viaggi – Tanzania

Racconto di viaggio

 Racconto di viaggio – Giallo Savana

Da piccolo, quando ancora la TV era un oggetto presente in casa mia, con i miei fratelli guardavo sempre i documentari di Quark. Erano spesso ambientati nei grandi parchi africani, e che parlassero di leoni, elefanti, zebre o altri felini, iniziavano sempre con l’aria sulla quarta corda di Bach, e finivano con la stagione delle piogge, quando il ciclo della savana chiude un cerchio e riparte il successivo.
Nel mezzo del documentario, in quel piccolo schermo della televisione appariva un’immagine di una prateria gialla che si estendeva all’orizzonte.
Entro nel parco del Serengeti e me la trovo di fronte. Questa volta però il giallo non è confinato nei pochi pollici dello schermo in mezzo alla stanza. Ovunque giri il mio sguardo esso mi segue, e il confine è ben oltre dove i miei occhi possano arrivare. Il giallo è a destra, a sinistra, davanti e dietro. I riferimenti si perdono. Il sole è alto sopra le nostre teste, non c’è più modo di capire dove è il nord, il sud, l’est o l’ovest. Forse non ne ha più nemmeno senso domandarselo. Ci addentriamo.
L’erba è fittissima, alta, nasconde un gruppo di gazzelle di cui emergono solo la testa e le corna. Spuntano anche alcune sparute acacie, abbandonate in mezzo alla distesa dorata. Dentro quel giallo apparentemente quieto e tranquillo brulica una vita dalla forza primordiale. Il teatro ha per sfondo il giorno e la notte, l’arsura o il temporale, mentre il sole e la luna dirigono un’orchestra che non si ferma mai.
Non mi sono mai interessati gli zoo e i circhi. Che fascino potrà mai avere un animale selvaggio chiuso in un tendone o in una gabbia, e che striscia gli zoccoli sull’asfalto?
E’ quando ci si ritrova davanti a mandrie di centinaia di animali sparsi in una distesa incontaminata che si resta sopraffatti da quella forza della natura. Non è più un oggetto esotico esposto al pubblico, non è più un’immagine virtuale in uno schermo.
Ora si è nel mezzo di un mondo vero che ti circonda e ti abbraccia a 360 gradi.
Una distesa di gnu dipinge mille macchie nere e lucide nella piana dove la luce del sole infiamma l’erba secca. Oppure sono centinaia di babbuini che corrono disordinatamente giocando e scherzando. Migliaia di zebre ci attorniano mentre migrano verso nord; ora in mezzo al giallo ci sono strisce in bianco e nero che si mescolano come nel gioco di un’illusione ottica.
Una famiglia di elefanti si abbevera al fiume, a volte litigando sonoramente. La comunità mostra tutta la sua forza. Anche la sua crudeltà.
Un gruppo di leoni attacca un bufalo. Alcuni hanno già finito di mangiare, mentre il bufalo esala gli ultimi respiri. I leoncini si buttano all’interno delle sue viscere, mordendo avidamente. Poi, tutti sporchi di sangue, si siedono lì vicino a godersi in pace la digestione leccandosi le zampe.
Noi osserviamo queste scene un po’ ridicoli, protetti nelle jeep con il tetto aperto, un po’ intrusi con le nostre macchine fotografiche.
Ma il contatto con la natura è forte, inevitabile.
La nostra casa è una tenda. Una piccolissima e fragile dimora che smontiamo e rimontiamo ogni giorno, esposta agli eventi, alle bestie. La notte si può udire una iena ridere nei paraggi, poi sentirla sempre più vicina, fino a che arriva e si struscia sulla tenda. Si trattiene un attimo il respiro prima di sentirla allontanare.
Un’altra notte si va a dormire mentre tutt’intorno lampi e fulmini illuminano la savana con bagliori improvvisi. L’esercito di flash delle nostre macchine fotografiche al confronto fa ridere. Passano pochi minuti e le gocce d’acqua iniziano a ticchettare sulla tenda. Aumentano d’intensità. Potrebbero divellere i nostri ripari come i martelli di The Wall abbattono il muro, inondare di fango noi e tutte le nostre cose. Invece la tempesta lambisce solo il nostro campo, si affievolisce in fretta e lascia poi spazio al solo vento che accarezza il telo esterno conciliandoci il sonno. La mattina si apre timidamente la cerniera, per sorprendere l’alba che ruba il cielo alle stelle, e raccogliere i buoni auspici per la giornata.
La città è lontanissima. I rumori del traffico e delle sirene sono scomparsi.
Un po’ inumiditi dalla notte all’aperto, sorseggiamo un the caldo, mangiamo un pezzo di pane, anch’esso un po’ inumidito, in attesa del sole che porterà tepore. La metropolitana che sferraglia sottoterra e ci sballottola stanchi e annoiati è uno strano ricordo ormai sbiadito. L’ufficio con il riscaldamento e l’aria condizionata ancora di più.
Le giornate scorrono dettate dai ritmi della natura, alla quale ci si adatta subito senza fare sforzi. In fondo siamo animali anche noi. Dopo qualche giorno puzziamo. La maglietta intrisa di polvere e sudore ha cambiato colore, la marca è un’etichetta che non ha più senso di esistere, né agli occhi dei compagni di viaggio, tantomeno a quelli della giraffa o del leone.
Assicurazioni, polizze vita, mutui, investimenti, sono ormai parole che qui si potrebbero cancellare dal dizionario, e i relativi problemi svaniscono nella polvere.
L’elefante non va dallo psicologo, nemmeno se cammina per giorni interi senza trovare l’acqua.
E’ quando si torna alla città che una volta di più, una volta ancora, si sbatte contro il muro della follia della società moderna. Non è mal d’Africa. E’ aprire un po’ gli occhi, togliere l’ovatta che ottunde i nostri sensi, mettere in discussione le convenzioni sociali, le sovrastrutture che ci siamo cuciti addosso che ci paralizzano, e che ora appaiono le cose più ridicole del pianeta.
Noi torniamo alla nostra vita, alla routine e ai cliché, ma intanto la natura prosegue il suo corso.
Ci richiudiamo nei nostri cassoni di cemento con i quali abbiamo oscurato il sole e la luna, dentro ai quali ci serve un orologio per sentire il tempo che scorre, ansioso, secondo dopo secondo. Fuori diventa buio, noi schiacciamo un interruttore che ci riporta la luce, l’illusione di avere vinto contro il tempo e la natura.
Ma intanto il sole, laggiù nella savana, starà tramontando lentamente, senza scatti, senza lancette. I raggi si faranno sempre più caldi. Milioni di fiammiferi scagliati dal cielo che incendieranno la distesa d’erba. Fenderanno le nuvole, inonderanno la pianura che si che tingerà di rosso fuoco disegnando in controluce siluette via via più nere.
Poi lasceranno spazio al riposo di qualcuno, alla battuta di caccia di qualcun’altro, sotto la stellata o forse al temporale notturno.
Il violino intanto riprenderà a suonare l’aria di Bach, facendo vibrare quel lunghissimo FA diesis sulla quarta corda, preludio alla nuova giornata o alla nuova stagione. Noi però ormai non lo sentiremo più, dissolto nei beep della sveglia, nei clacson isterici della tangenziale, nelle notizie di cronaca o nella hit del momento.
Starà a noi decidere di volerlo ascoltare ancora, abbassando il volume di tutto il resto, per sentire la sequenza di accordi cambiare sotto a quella nota soave del violino, e per fare prendere vita a una melodia più sensata rispetto al rumore a cui siamo abituati
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